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Marco Stefani

Marco Stefani

Eccoci con l’annunciata Intervista Ansiosa di argomento artistico. A parlare con noi questa sera è Marco Stefani, cantante lirico statunitense di origini italiane (lucchesi), che ha appena preso la cittadinanza nel nostro Paese. Tenore, ha studiato musica alla University of the Pacific in California e si è specializzato alla Indiana University. Al momento è impegnato in un allestimento de “La Traviata” di Giuseppe Verdi in Florida.

Com’è la vita di un cantante lirico?

Bella, ma difficile. Bella, perché un cantante lirico è nato con un regalo di espressione naturale e quando sceglie di fare questa carriera può scoprire se stesso in modo personale e profondo. Ha l’opportunità di vedere il mondo, conoscere le culture, le lingue e le storie di paesi diversi, e soprattutto può continuare a imparare e migliorare se stesso per tutta la vita.

D’altra parte è difficile, perché per diventare cantante lirico ci vuole praticamente lo stesso tempo che per diventare medico, ma senza la stabilità finanziaria, specialmente all’inizio.

Nel mio caso sono molto fortunato che la mia famiglia mi abbia dato il supporto per seguire i miei sogni. Ho anche una rete di parenti e amici e una rete di consulenza di maestri e mentori che mi aiutano tanto. Senza di loro, sarebbe molto difficile continuare questa carriera.

Come è nata la tua passione per la musica?

I miei genitori hanno scoperto la mia voce quando avevo sedici anni. A Natale di quell’anno ho cantato Torna a Surriento [qui in una versione cantata dal tenore Franco Corelli, ndr] dopo cena per la mia famiglia con la mia mamma al pianoforte. Dopo, tutti i miei parenti si sono convinti che avessi un talento speciale, e la mia mamma mi ha poi trovato una maestra di canto.

A cosa va incontro chi sceglie una carriera nella lirica? Quali sono le tue ansie?

L’unica ragione che ci porta a scegliere questa vita è l’amore per questa forma d’arte. È l’unica motivazione che un cantante deve mantenere per essere contento in questa carriera. Per me, come italo-americano, avere la possibilità di rappresentare e partecipare alla cultura italiana mi rende orgoglioso.

Marco Stefani con la collega Lauretta

Marco Stefani sul palco la sera del suo debutto nel “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini

Ci sono tantissime ansie in questa carriera. È quasi impossibile fare una lista, ma le distinguerei in ansie personali, del genere “Avrò l’opportunità di avere una famiglia?”, artistiche, vale a dire “Canterò bene? Sarò in grado di fare un’interpretazione originale, ma che rispetti questa grande arte?”, e professionali, stile “Quanto dura il mio contratto?”.

Come combatti questi tre tipi di ansia?

Non ho un luogo fisso e in genere non ho un idea di dove andrò per il prossimo spettacolo. Cerco di mantenermi in contatto con la mia famiglia e tutti i miei amici da tutte le parte degli Stati Uniti e nel mondo, e in questo la tecnologia aiuta tanto.

Per combattere l’ansia artistica studio la lingua dell’opera lirica che canto, il libretto, la musica, e penso a come creare il personaggio. Insomma, cerco di prepararmi bene per le prove in cui l’interpretazione nasce dalla collaborazione con il maestro, la regista, e i miei colleghi.

Quanto all’ansia professionale, cerco di non pensarci più di tanto. Lavoro, studio, continuo a esercitare la voce e faccio le audizioni con il repertorio più appropriato. Vorrei costruire la mia carriera in base al merito. Finora questa strategia ha funzionato.

La sera del tuo debutto eri nervoso? Ci puoi raccontare com’è andata?

Si, ero molto nervoso perché il mio primo maestro di canto ha cantato con me e la mia prima regista ha fatto la regista anche per quello spettacolo. Ho voluto fare un buon lavoro per il pubblico, ma specialmente per gli studenti.  È andata benissimo ed è stata una bella esperienza lavorare con i miei primi professori.

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