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Slender

Un’immagine del videogioco Slender, che si svolge in una buia foresta. L’unica fonte di luce è il fascio della torcia elettrica

Non so se qualcuno dei miei venticinque ansiosi lettori ci ha mai giocato. Ma vi assicuro che Slender è in assoluto uno dei videogiochi più ansiogeni della storia dei videogiocheria.

La schermata di gioco è la visione soggettiva di una bambina che si è persa in una foresta. Unica sua fonte di luce, una torcia elettrica che ha durata limitata. Unico sottofondo sonoro, il suo respiro affannoso. Ce n’è già abbastanza per sentirsi alquanto in ansia, e per notare alcune somiglianze con La bambina che amava Tom Gordon, romanzo di Stephen “Re del Brivido” King.

La bambina che amava Tom Gordon (1999), racconta la storia di Trisha, una bambina che si perde nella foresta

La bambina che amava Tom Gordon (1999), racconta la storia di Trisha, una bambina che si perde nella foresta

In effetti anche la nostra anonima bambina protagonista del videogioco deve vedersela con una creatura della foresta che, guarda un po’, vuole mangiarsela, o comunque vuole saltarle addosso, o comunque non vuole farle nulla di buono: lo Slender-Man (“Uomo smilzo“), figura inquietante che ha la brutta abitudine di saltar fuori dallo schermo all’improvviso illuminato dal fascio della torcia.

Obiettivo del gioco? Raccogliere otto pagine di quaderno con le caratteristiche dello Slender-Man.

Qui un video-assaggio. Se ve la sentite. E se la cosa vi appassiona, sappiate che sta per uscire anche un secondo capitolo.

Casomai non avessimo fatto il pieno d’ansia…

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