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Della sua sterminata produzione – una cinquantina di libri, più una saga da sette episodi e uno sproposito di racconti – sono soltanto due le opere di Stephen King che considero capolavori assoluti del genere “romanzo che mette ansia”. Una per il plot, l’altra per la costruzione narrativa.

Stephen King

Stephen King (Foto tratta da il-miglior.it)

Quella che ha un’idea di partenza davvero potente è Misery (1987). Misery Chastain è il nome dell’eroina letteraria creata da Paul Sheldon, scrittore di romanzetti di successo tra il melenso e il piccante. All’inizio del romanzo Sheldon ha appena concluso il manoscritto de Il figlio di Misery, dove la sua eroina – “quell’arpia”, come la chiama lui – muore di parto a cinque pagine dalla fine. Mette il dattiloscritto in una cartella e se lo porta dietro durante un viaggio in macchina. Lungo una strada di montagna, lo scrittore ha un grave incidente. Si risveglia in un letto con le gambe fratturate a casa di Annie Wilkes, un’infermiera in pensione che vive da sola e che si proclama “la sua ammiratrice numero uno”.

Misery

La copertina di “Misery” di Stephen King, 383 pagine (Immagine presa da thrillercafe.it)

Questa è la situazione di partenza del romanzo. “Due persone in una casa” potrebbe sembrare uno spunto poco fertile per un’intreccio che dura quasi 400 pagine. Ma l’ansia di Paul Sheldon nei confronti di quella che si rivelerà la più sadica delle carceriere, Annie, è il motore di partenza di molte delle sequenze più riuscite del romanzo. Annie legge il manoscritto inedito, scopre la morte della sua eroina preferita e obbliga Paul, prigioniero e incapace i muoversi, a scrivere per lei un nuovo romanzo: Il ritorno di Misery.

Uno dei passaggi più ansiogeni è quando Paul “evade” dalla sua camera sulla sedia a rotelle per procurarsi gli antidolorifici che Annie gli ha negato per punirlo. L’infermiera è fuori casa. Paul ha appena controllato il telefono quando

Udì il rumore di un’automobile in avvicinamento e seppe con assoluta certezza che era lei, lei che tornava dal paese. Per poco non svenne.

Comincia qui una corsa disperata sulla sedie a rotelle per tornare in camera e chiudere la porta (aperta con una forcina). La scena è scandita dal rumore del motore del gippone di Annie e dal rumore dei suoi passi in casa, insieme ai pensieri di Paul, che si ripete: “Avanti… Avanti… Avanti…”. Una sequenza capace di aumentare il battito cardiaco del lettore.

Dal libro è stato tratto il film “Misery non deve morire” (1990), diretto da Rob Reiner, con Kathy Bates nel ruolo di Annie

L’altra opera del “Re del brivido” che mi ha fatto pensare a voi, miei venticinque ansiosi lettori, è meno nota. Si chiama L’uomo in fuga (1982), ed è una delle quattro opere che Stephen King ha scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman.

Il romanzo di King non sfigura accanto a tre esempi molto citati di romanzo apocalittico: Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley, Fahrenheit 451 (1954) di Ray Bradbury e 1984 (1949) di Geoge Orwell.

L'uomo in fuga

La copertina de “L’uomo in fuga”, 240 pagine (Immagine presa da sognihorror.com)

Anche L’uomo in fuga ha come sfondo una distopia, cioè un’utopia negativa di società. Il titolo del romanzo coincide con quello del programma televisivo più seguito in questo terribile futuro, dove i ricchi possono pagarsi l’aria pulita e i poveri sono condannati a morire di enfisema.

Partecipare a L’uomo in fuga è l’unico modo per Ben Richards, il protagonista, di guadagnare abbastanza per pagare le cure mediche alla figlioletta Cathy. Ma il rischio è alto: l’uomo dovrà sfuggire per un mese a una squadra di killer professionisti. I suoi nemici sono tutti i cittadini d’America, che se lo individuano sono invitati a segnalare la sua localizzazione ai Cacciatori. Se Ben riesce a sfuggire loro per un mese, vince un milione di dollari. Se viene trovato, sarà ucciso – in diretta, per il piacere del pubblico.

Una citazione interessante:

Richards venne scortato in tutta fretta all’uscita del palcoscenico, prima che potessero farlo a pezzi davanti alle telecamere, privando così la Rete di tante ore di futura, appetitosa trasmissione.

L’aspetto più ansiogeno del libro, oltre alle tante “fughe nella fuga” di Ben, che spesso sfugge ai killer per un pelo, è nella struttura narrativa. Il romanzo è infatti pensato come un conto alla rovescia di 100 capitoli. Il primo capitolo si intitola “Meno 100…”, il secondo “Meno 099…”, il terzo “Meno 098…” e così via, fino al gran finale. Gran finale che non si intuisce fino al “Meno 004…”. Una scelta che non può non far presagire qualcosa di grosso, senza deludere le aspettative.

Raccomando questi due romanzi ai venticinque lettori di AnsiaNews a scopo terapeutico: come un emozionante – ma del tutto innocuo – giro sulle montagne russe dell’ansia.

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