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Pretty Woman

Le commesse cacciano Vivian Ward-Julia Roberts in “Pretty Woman” (1990). Lei si prenderà la rivincita con la battuta «Lavora a percentuale? Bello sbaglio».

«Ha bisogno di aiuto?».

«No».

«Posso esserle utile?».

«No».

«Posso aiutarla?».

«No».

In realtà un aiuto servirebbe – per sfuggire a certe commesse, si capisce. Indugiando sulla soglia del negozio accade a volte di essere quasi trascinate dentro dalla Solerte Commessa, evidenziata come una delle principali fonti d’ansia dalla sociologia contemporanea. Instancabile nelle proposte, un unico imperativo guida le sue azioni e le sue parole: vendere. «Vuole questo? C’è anche così, così, così e giallo. Un’altra taglia? Più grande, più piccola, che cede, che non cede, che cede un po’ ma non troppo. Glielo deposito in cassa, ma certo». La cliente può dire tutto, tranne: «Vorrei solo dare un’occhiata, grazie».

Molto dipende dalla dimensione del negozio. Se è piccolo ci sono in genere una o due Solerti commesse. In un grande magazzino domina invece la logica del branco. La femmina alfa presiede all’accoglienza e ai consigli. Poi subentra la Solerte Commessa alla Cassa, mutazione genetica riconoscibile dalla collana di placche antitaccheggio, che interviene per il colpo di grazia: «Lo sa che questo modello c’è anche color mandarancio? Lo sa che è cominciata la straordinaria promozione “Tutto al prezzo di tutto”? La Carta? NON HA LA NOSTRA CARTA? Ecco il modulo».

La guardia va tenuta alta anche quando non sembrano esserci Solerti Commesse nei paraggi. In un bel negozio luminoso e deserto possono succedere due cose. O non si trova una commessa neanche a pagarla. Oppure si tocca un bel maglione verde sull’espositore e istantaneamente arriva una commessa dallo sguardo omicida: Non-toccare-quel-maglione-né-altro-ho appena-finito-di-piegare-tutto.

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