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Gravity

La locandina del film ambientato nello spazio. Nella versione non doppiata la voce del controllo missione (“Houston”) è di Ed Harris.

All’inizio del film l’astronauta George Clooney ci scherza anche: “Houston, non va bene stare in ansia, l’ansia fa male al cuore“. Già, provino a tenerlo ben presente anche gli spettatori della pellicola in questione – Gravity del regista Alfonso Cuaròn, film di apertura della 70esima Mostra del cinema di Venezia – al termine della proiezione. Tra di loro c’è anche l’Ansiosa autrice di questo blog, che dopo un’ora e mezzo di fronte alla storia di Sandra Bullock dispersa nello spazio senza possibilità di comunicare, con l’ossigeno in esaurimento e una flottiglia di schegge di asteroide pronte a trapassarla, era pronta lei stessa a chiamare i soccorsi dalla poltrona del cinema: “Houston? Houston? Abbiamo un problema, ‘sto film mi fa ansia!“.

PERCHÉ GRAVITY METTE ANSIA? ECCO 5 MOTIVI

1) Perché ci sono non uno, ma due conti alla rovescia in 92 minuti di proiezione: uno sulla percentuale di ossigeno nella tuta di Sandra Bullock, un altro sul tempo che manca all’arrivo della nuvola di asteroidini taglienti come pezzi di vetro.

2) Perché la sequenza di Sandra Bullock che perde il contatto con la stazione spaziale è girata tutta dal suo punto di vista, con il cielo, la terra, il sopra e il sotto che si confondono continuamente.

3) Perché ambientare un film nello spazio permette di giocare su una serie di terrori ancestrali: paura di soffocare, paura del buio, paura del vuoto e dell’abbandono.

4) Perché capita almeno tre volte che i protagonisti debbano aggrapparsi d’urgenza a qualcosa, pena l’essere sbalzati via in un viaggio di sola andata verso lo spazio profondo sui comodi binari del principio d’inerzia.

4) Perché dopo neanche dieci minuti dall’inizio George Clooney dice di avere “un brutto presentimento”. Ché dopo film come Apollo 13 e Solaris, sappiamo come va a finire.

 

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